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I fattori famigliari di mantenimento nei pazienti con Disturbo Ossessivo compulsivo

Essere genitori e vivere con un figlio affetto da Disturbo Ossessivo Compulsivo

Quali sono le difficoltà che un genitore di un figlio con diagnosi di Disturbo Ossessivo Compulsivo ( da qui in poi DOC) deve affrontare? In che modo può esser d’aiuto all’interno di una psicoterapia? Quali gli sbagli?

Obiettivo di questo breve articolo sarà quello di provare a cambiare la prospettiva per osservare ciò che succede nel sistema famiglia di un ragazzo/a con diagnosi di Doc.

Di fondamentale importanza nel trattamento di questo disturbo e’ proprio il ruolo dei membri della famiglia e nel caso dei minori appunto dei genitori. 
La letteratura al riguardo ci dice che non è infrequente trovare all’interno delle famiglie di pazienti Doc un altro membro con lo stesso disturbo (possibile quindi fattore di mantenimento) o con alcuni tratti riconducibili ai meccanismi ossessivi, magari più contenuti, meno invalidanti, ma comunque presenti.
Nella pratica clinica ci si trova spesso a scoprire “abitudini e rituali” facilitati, ed in alcuni casi anche appoggiati, da altri membri del nucleo famigliare, se non addirittura da tutti (anche questo possibile fattore di mantenimento).

Ricordo un caso di un giovane 16enne affetto da DOC di ripetizione/controllo che veniva spesso “sollecitato” dal padre appunto nella verifica che tutto fosse a posto. Cosi diceva: “Controlla sempre di aver preso le chiavi”….“verifica di aver chiuso la porta”….“ hai controllato il gas?”…” bene..sei sicuro?”, queste le espressioni di abitudini spesso considerate innocenti, se non addirittura di buon senso. Di fatto lo sono, intendiamoci, non voglio dire che non sia sensato insegnare ai figli ad essere responsabili dell’ambiente che ci circonda o dei nostri oggetti, ma la differenza tra insegnare la responsabilità e pretendere il controllo totale, può essere molto sottile.

Oppure penso ad un’altra giovane ragazza con un Doc da contaminazione ricco di rituali di pulizia, che non riusciva a contenere in quanto alimentato da un comportamento materno altrettanto disfunzionale, con particolari esigenze di pulizia per se’ e per la casa; fatto di orari in cui si poteva mangiare, ci si poteva lavare o si poteva usare il terrazzo, orari finalizzati a garantire sempre la totale pulizia degli spazi secondo i criteri materni.

Spesso questo tipo di fattore non risulta subito visibile in terapia, ci vuole un po’ di esperienza e bisogna fare le domande giuste per intercettare questi elementi.

Frequentemente i pazienti non sono consapevoli dei comportamenti di rinforzo che si individuano dentro il loro nucleo famigliare, e di come questi comportamenti possano mantenere il disturbo. Non di rado  ti raccontano episodi un po’ insignificanti (per loro ) come “ non mi faccio il letto perché mia maadre non vuole”, oppure “ devo farmi la doccia entro le 17.00” , ancora “ mio papà non vuole che entri nello studio”, e quando tu terapeuta un po’ insospettito da questi dettagli apparentemente insignificanti, approfondisci scopri che non sono semplici abitudini, ma delle regole molto rigide, impostate e condivise da tutti.

Ora e’ evidente che non è semplicemente questo a determinare e mantenere il Doc, ma questo ci aiuta a capire quali sono i fattori sui quali bisognerà collateralmente lavorare per favorire l’abbandono dei rituali e delle compulsioni del paziente con il Doc; un lavoro terapeutico con la famiglia e’ imprescindibile, in particolare se parliamo di minori o comunque di giovani ragazzi, o di figli che vivono ancora in famiglia.

Pensiamo a quando dobbiamo impostare un lavoro di esposizione in un Doc di contaminazione, in cui chiediamo al paziente di non pulire la sua scrivania tutti i giorni, ma di provare ad esercitarsi a pulirla solo una volta alla settimana..che succederebbe se il genitore non fosse alleato con noi? Se il genitore stesso trovasse questa nostra indicazione come inaccettabile? 

E nei casi in cui chiediamo ad un figlio di non occuparsi più del controllo della chiusura delle porte? Cosa potrebbe accadere se lui un giorno se la dimenticasse aperta? E se il genitore lo considerasse un gesto di grave mancanza di responsabilità?

E come potremmo aiutare un paziente con un rituali di riordino se non chiedendo anche alla famiglia di non assecondare “gli oggetti giusti al posto giusto.”?

Come possiamo aiutare una giovane ragazza a liberarsi dalle compulsioni di pulizia, se la relativa madre non si mostra anche lei stessa più rilassata sulla pulizia della casa?

Il coinvolgimento della famiglia e’ necessario per il successo della terapia ed ogni membro dovrebbe collaborare in maniera attiva a questo percorso. Forse è questa la parte più difficile, spesso si trovano ostacoli e difficoltà nel coinvolgere i famigliari, spesso sono loro i primi a non voler abbandonare certe abitudini, ed in alcuni casi nemmeno a considerarle “dannose”, ma sono la parte preziosa del nostro lavoro…la continuazione di ciò che viene impostato in terapia.

Altre volte il coinvolgimento della famiglia si presenta sotto forma di collusione, quindi non è insolito trovare genitori che hanno acquisito rituali e rigide abitudini, non per loro inclinazione, ma per assecondare il Doc del proprio figlio, cercando così una soluzione più facile per vivere nel quotidiano.

In questi casi è forse ancora più complicato chiedere loro di modificare questo atteggiamento, in quanto spesso vengono riportati scontri e giochi di forza proprio con il paziente, che si mostra intollerante e sfinente nelle richieste di collusione.

Penso spesso ad un mio paziente che obbligava tutta la famiglia a tenere le porte chiuse perché ossessionato dai rumori e chiedeva loro di uscire ad orari precisi perché il suo rituale del mattino prevedeva che si preparasse con la casa vuota. Penso a questi genitori che mi dicevano “dott.ssa e’ impossibile…dobbiamo uscire per forza perché lui se no ci sfinisce”, penso a come e’ stato più difficile sostenerli nel cambio di comportamento che il figlio, e penso a come alla fine loro si fossero strutturati seguendo questi ritmi, e quasi quasi vivendo come un’invasione la mia richiesta di cambiamento.

E’ innegabile che vivere con una persona affetta da Doc sia molto difficile e che contrastare le compulsioni vuole dire lottare quotidianamente, ma è altrettanto vero che all’interno del percorso di cura questo passaggio diventa indispensabile.

L’invito e’ quindi quello di farsi guidare e di partecipare in maniera attiva a questo percorso, solo così si possono dimezzare i tempi di riuscita della terapia e si può pensare di avere nuovamente una vita famigliare più serena.

Per maggiori informazioni sul trattamente del DOC:

Studio di Psicologia Clinica e del Lavoro
Ref.: Dr.ssa Galuppi Laura
 
Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale
Contatti: 338.8144743
lauragaluppipsicologa@gmail.com
www.lauragaluppi.it


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